
Il ponte del primo maggio si conferma per gli operatori turistici uno degli appuntamenti più attesi della primavera: secondo le stime, infatti, quest’anno saranno oltre 500 mila i veneti pronti a ritagliarsi qualche giorno di svago tra mare, montagna e città d’arte.
Ma non per tutti sarà tempo di vacanza. Se c’è una parte del Paese che si sposta e si rilassa, ce n’è un’altra che continua a lavorare per garantire servizi essenziali e attività che non possono fermarsi. Secondo un’elaborazione dell’Ufficio studi CGIA su dati Istat, in questo primo fine settimana di maggio si stima che saranno quasi 280 mila gli addetti veneti che dovranno comunque presentarsi sul posto di lavoro.
Si tratta di una platea ampia e trasversale, che comprende chi è impiegato nei settori del turismo e dell’accoglienza, dell’informazione, dell’intrattenimento, dell’agricoltura e dell’allevamento, ma anche nel commercio, nei pubblici esercizi, nei trasporti e nella sanità. Senza dimenticare chi opera nell’industria a ciclo continuo e nei comparti della sicurezza e dell’ordine pubblico. In altre parole, mentre una parte del Paese si ferma, un’altra continua a muoversi per far sì che tutto il resto possa funzionare.
Il Veneto occupa il terzultimo posto a livello nazionale con 278.600 (15,6% del totale). Secondo la CGIA, questi risultati sono ascrivibili al fatto che rispetto al totale dei dipendenti, quelli del settore alberghi/ristoranti, commercio e trasporti hanno in regioni come il Veneto, la Lombardia e l’Emilia Romagna – il peso degli occupati è molto contenuto (vedi Tab. 1).
• In UE siamo tra gli ultimi
Rispetto agli altri paesi europei, l’Italia si posiziona nella parte bassa della classifica tra chi lavora durante le festività. Se, in riferimento ai lavoratori dipendenti, nel 2025 la media dell’UE è stata del 20,3% – con picchi del 38,4% nei Paesi Bassi, 36 a Malta e 33,6 in Danimarca – da noi la percentuale si è attestata al 17,8% (vedi Tab. 2).
• Il costo invisibile
Mentre per molti le festività rappresentano una pausa, un momento di ritrovo e di recupero delle forze fisiche e mentali, per una parte importante di lavoratori italiani sono giornate come le altre. Anzi, spesso più pesanti. Il lavoro nei giorni festivi è diventato una componente strutturale di interi settori — dal commercio alla sanità, dalla logistica al turismo — ma il suo impatto sulla vita dei lavoratori – siano essi autonomi o dipendenti – resta un tema troppo spesso sottovalutato. Il primo effetto è quello più evidente: la sottrazione del tempo familiare. Le festività non sono solo giorni segnati i “rosso” sul calendario, ma momenti condivisi, in cui la società si ferma e le relazioni si rafforzano. Lavorare in queste giornate significa rinunciare a pranzi, incontri e tradizioni, con un costo relazionale che si accumula nel tempo. Ma il problema non è solo affettivo. C’è anche una dimensione sociale più ampia. Chi lavora nei festivi vive una sorta di disallineamento rispetto al resto della comunità: i giorni di riposo non coincidono con quelli degli altri, rendendo più difficile coltivare amicizie, partecipare alla vita sociale o semplicemente organizzare il proprio tempo libero. È un isolamento silenzioso, che incide sulla qualità della vita.
Certo, ci sono ambiti in cui lavorare nei festivi è inevitabile. Ospedali, servizi di emergenza, sicurezza, informazione, trasporti e attività legate al turismo/ristorazione non possono fermarsi. Ma proprio per questo, il tema non può essere liquidato come una semplice esigenza organizzativa: richiede una gestione attenta, che tenga conto del sacrificio richiesto ai lavoratori dipendenti e autonomi. Il punto, allora, non è stabilire se si debba lavorare nei festivi, ma come farlo. Turnazioni equilibrate, incentivi adeguati e un riconoscimento reale del disagio possono fare la differenza. Perché lavorare quando gli altri si fermano non è solo una questione di orario: è una condizione che incide profondamente sulla vita delle persone.





