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A processo i due pakistani che gestivano il caporalato nelle vigne del Veneto e Friuli/Video

Nell’aprile del 2020 i Carabinieri del Reparto Operativo del Comando Provinciale di Pordenone hanno iniziato una difficile attività d’indagine volta a contrastare un fenomeno del caporalato. Alcuni pakistani, infatti, durante una manifestazione hanno avuto il coraggio di denunciare il loro essere sfruttati da loro connazionali nel lavoro dei campi della Destra Tagliamento e Trevigiano.

I Carabinieri, nell’ascoltare il racconto, hanno ipotizzato da subito delle gravissime violazioni di legge da parte di datori di lavoro pakistani titolari di aziende a loro intestate che nel corso di anni hanno assunto e sfruttato decine e decine di loro connazionali. Nel corso dell’indagine, durata quasi due anni, i militari del Reparto Operativo, con il prezioso aiuto dei Carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro, hanno svolto un certosino lavoro di ricostruzione. Nell’ambito delle attività di coordinamento della Procura si è avuta anche un’attiva partecipazione da parte dei legali rappresentanti della CGIL, i quali hanno personalmente preso parte a riunioni di coordinamento con gli inquirenti.
La maxi perquisizione svolta a maggio del 2021 ha fatto sì, inoltre, che 81 cittadini pakistani irregolari venissero interrogati nei padiglioni della Fiera di Pordenone da centinaia di Carabinieri fatti convergere apposta per ascoltare le loro testimonianze.
Su 81 vittime, solo 37 hanno avuto il coraggio di denunciare i propri aguzzini, dichiarando che per anni hanno dovuto vivere con poche decine di euro al mese e restituire i loro stipendi ai propri datori di lavoro, con la promessa – mai mantenuta – di ottenere in cambio i permessi di soggiorno in Italia.

I responsabili di questi crimini, sono risultati titolari di aziende operanti nel settore agricolo, prevalentemente viti-vinicolo, in sub-appalto di aziende italiane, a loro volta, titolari di contratti di appalto per la gestione dei vitigni tra province Pordenone, Udine, Gorizia, Treviso e Venezia.

I “caporali” assumevano loro connazionali pakistani appena giunti illegalmente in Italia seguendo la “rotta balcanica” e, pertanto, privi di permesso di soggiorno o di sanatoria.
L’indagine ha appurato che i datori di lavoro pretendessero mensilmente l’immediata restituzione in contanti della stragrande maggioranza dello stipendio, con lo scopo di sostenere le spese per l’ottenimento de permesso di soggiorno. Inoltre erano costretti a coabitare in 12 persone in appartamenti insalubri.

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